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Il martedì
è stato ritrovato morto
alle 6:43 del mattino
tra una sveglia interrotta
e il caffè rimasto a metà.
Il corpo giaceva
sul pavimento opaco
di un appartamento qualunque,
in posizione fetale,
accanto a una bolletta aperta
e a due calzini senza identità.
Sul posto
sono intervenuti
gli specialisti della routine.
Hanno delimitato l’area
con nastro adesivo grigio
e frasi come:
“Capita spesso.”
“Non c’è nulla da vedere.”
Ma qualcosa
nel martedì
non tornava.
Aveva il volto pallido
delle giornate senza accadimenti,
ma le mani
erano sporche di malinconia recente.
L’autopsia è iniziata
alle 11:12.
Il medico legale
ha inciso lentamente
la cassa toracica del tempo.
All’interno
sono stati rinvenuti:
- tre telefonate rimandate,
- un sogno non retribuito,
- tracce di pioggia emotiva,
- una quantità anomala
di stanchezza sedimentata.
Nel fegato
residui di rabbia trattenuta.
Nei polmoni
smog da ufficio open space.
Il cuore, invece,
presentava un fenomeno raro:
batteva ancora
per una persona assente
da almeno otto mesi.
“Caso complicato,”
mormorò il patologo
accendendosi un’altra sigaretta mentale.
Sul tavolo accanto
una infermiera compilava moduli
senza guardare il cadavere del giorno.
Abitudine professionale.
Dopo ore di analisi
la diagnosi fu unanime:
morte per accumulo
di vite non vissute.
Nessun omicidio.
Nessun colpevole diretto.
Solo una lenta emorragia
di senso.
Alle 18:00
il martedì venne ricucito male
e restituito al calendario.
Il mercoledì
lo accolse senza domande,
come fanno i parenti stanchi
negli obitori troppo affollati.